L’Oscar fa novanta

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Si è da poco conclusa la novantottesima edizione degli Oscar. La serata potrebbe passare alla storia come la peggiore in termini di discorsi di accettazione dei premi.

Fatta eccezione per i premiati come miglior corto documentario, Joshua Seftel e Conall Jones, autori di «All the Empty Rooms», i quali hanno lasciato la parola alla madre di un adolescente ucciso in una sparatoria avvenuta a scuola, la quale ha auspicato la fine dell’assurda proliferazione di armi da fuoco negli Stati Uniti.

Un altro messaggio sincero, auspicante una resistenza collettiva alla tirannia dei regimi, l’hanno pronunciato David Borenstein, Pavel Talankin, Helle Faber and Alžběta Karásková, autori del documentario vincitore: «Mr. Nobody against Putin».

Una tendenza del 2026 è stata quella di premiare adattamenti cinematografici. Uno su tutti, «Una battaglia dopo l’altra», trasposizione cinematografica, diretta e scritta da Paul Thomas Anderson, del romanzo «Vineland» di Thomas Pynchon. Il film del cineasta indipendente, incentrato su una sorta di banda di rivoluzionari americani intenti a sfasciare un sistema marcio e repressivo di governo, si è aggiudicato ben sei statuine, inclusa la triade di miglior sceneggiatura non originale, miglior regista e miglior film.

Il film ha fatto storia anche per essersi aggiudicato il neonato premio per miglior casting director, assegnato alla greca-americana Cassandra Kulukundis.

L’adattamento cinematografico, diretto dal regista messicano Guillermo del Toro, del «Frankenstein» di Mary Shelley si è portato a casa i tre premi maggiori in campo di messa in scena visiva, ovvero miglior costumi, trucco e scenografia.

Il grande escluso è stato lo splendido adattamento cinematografico diretto dalla cineasta cinese-americana Chloe Zhao, «Hamnet», sulle vicende romanzate del tragico lutto che avrebbe portato William Shakespeare alla creazione di Amleto.

Nonostante le sue otto candidature, «Hamnet» si è aggiudicato soltanto l’Oscar come miglior attrice protagonista alla prodigiosa Jessie Buckley.

Altro protagonista della serata è stato il film horror «I peccatori», di Ryan Coogler, vincitore di quattro statuette, incluso il premio alla sceneggiatura originale, che si è valso della collaborazione di esperti di vudù e sciamanesimo per un’accurata ricostruzione storica.

Il film ha lasciato un segno anche per aver visto premiata per la prima volta una direttrice della fotografia donna, Autumn Durald Arkapaw.

Una sorta di anomalia che si è registrata soltanto tre volte nella storia degli Oscar è stata la premiazione a pari merito per due corti, rispettivamente «The Singers» (adattamento del racconto dello scrittore russo Turgenev) e «Two people exchanging saliva».

Una menzione speciale merita il premio a miglior film internazionale al capolavoro norvegese di Joachim Trier, «Sentimental Value».

Un film metafilmico, ispirato sapientemente ai capolavori di Bergman, che mostra il difficile rapporto tra un padre regista e la primogenita e la capacità catartica e riconciliatoria dell’arte.

Valerio Viale

Nella foto: Paul Thomas Anderson