Deserto diagnostico

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Torno, nel mio poco sapere, sulla vicenda delle analisi e/o degli esami diagnostici e delle tante difficoltà che il cittadino incontra nell’affrontare un percorso di cura che li richieda.

Si tratta di un tema che – ahimè – interessa pressoché tutti gli ultrasettantenni come me (ma anche chi è più giovane: non sfugge nessuno).

Chi ha potuto farlo si è magari premunito con un’assicurazione privata o professionale (come ad esempio la vecchia Casagit dei giornalisti, per capirci) che aveva e ha costi mica da ridere anche se spesso rapidamente coperti in caso di necessità.

Chi non ha potuto cosa fa?

La risposta la danno le tante notizie che riguardano la spesa privata per la sanità: dove «ci si arriva» analisi ed esami si fanno privatamente pagando di tasca propria; in caso contrario si assiste a quella «rinuncia alle cure» che non è degna di alcun paese moderno.

Purtroppo il problema non è nuovo: se ne parlava – e da molto – quando cominciavo a scrivere le prime cose su «Il giornale del farmacista» (organo della Federazione nazionale degli ordini dei farmacisti) e si ripresentava pressoché ogni anno seguendomi nella mia carriera sulle pagine di «Il farmacista» o di «L’infermiere».

Anche allora le risposte a quella domanda – tra tutte una delle più legittime – latitavano; sull’argomento «Cittadinanzattiva» si è spesa e si spende ancora.

Ma, a fronte di quell’impegno mostrato da molte altre associazioni di utenti e/o di malati, niente si è mosso se non in qualche singola e meritoria realtà; e anche lì, non appena i riflettori si sono spenti, si è tornati alle cattive abitudini.

La stessa riforma in corso della medicina di base, nelle intenzioni di chi l’ha disegnata, vorrebbe porvi almeno rimedio.

L’assistenza di prossimità sarebbe (il punto interrogativo è d’obbligo) una prima possibile soluzione?

Non credo però ci siano davvero delle alternative efficaci; basti pensare alle norme sulle liste di attesa: inutili o giù di lì perché da nessuna parte (correggetemi se sbaglio, ne sarei felice) è stata registrata almeno un’inversione di tendenza.

Lo stesso dicasi per quanto riguarda il finanziamento del Ssn, altro capitolo dolentissimo della politica nazionale che – nonostante la realtà sia inclemente – pensa di più, ad esempio, alle spese militari.

Se poi – Dio non voglia – l’autonomia differenziata dovesse trovare una seppur minima applicazione, le situazioni citate dagli amici del gruppo diventerebbero l’assoluta normalità; forse anche al di là delle più fosche previsioni.

Già oggi, dopo tanti anni di tentativi di invertire questa perniciosa tendenza, in più di una parte d’Italia il cittadino si trova dinanzi a una sanità «respingente».

Potrebbe forse essere questo uno dei motivi per i quali l’argomento pare aver perso il suo appeal: lo sconforto di chi si trova a essere, anno dopo anno, una voce che grida nel deserto?

Mariano Rampini

Nella foto: pazienti in attesa

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