Quando il mostro diventa bellezza

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Presentato al festival di Venezia ed uscito lo scorso 25 novembre su Netflix, «Frankenstein» di Guillermo del Toro continua a far parlare di sé: decisamente distante dal romanzo originale, questa pellicola stravolge lo schema narrativo di Mary Shelly e pone i personaggi sotto una luce del tutto differente.

Il fascino di Jacob Elordi, che riesce ad emergere anche e nonostante un trucco di ben undici ore, si fonde perfettamente con il personaggio da lui interpretato. Movenze delicate ed uno sguardo che dichiara solitudine hanno fatto breccia nel cuore di molti, confermando la sua già dimostrata bravura.

Elordi deve il suo successo alla trilogia Kissing Booth, poi consolidato con la serie HBO Euphoria, in cui interpreta il ruolo di un ragazzo violento e popolare, dalla riuscita perfettamente credibile.

La scelta di del Toro di cambiare narrazione è stata oggetto di critiche, soprattutto a causa della rotta intrapresa nella seconda parte del film, in cui l’attenzione viene catturata da una serie di aspetti del tutto nuovi e puntando sulle fragilità innate in ognuno di noi, lasciando fuori dalla cinepresa il mostruoso.

Questa creatura si rivela agli occhi del pubblico un essere vivente sensibile, alla disperata ricerca di sé e – quindi – della mente che lo ha creato, costretto ad un’eterna e tormentata solitudine da cui sa di non avere scampo.

L’attenzione viene rapita proprio dal romanticismo di questa narrazione, con cui è facile entrare in empatia. Del Toro ha catturato i bisogni dell’essere umano: cercarsi, trovarsi e – faticosamente – accettarsi; scoprire le proprie radici, l’unica verità attraverso cui l’essere umano può alleviare il suo tormento esistenziale.

Ha catturato la crisi della società odierna, raccontandola non solo attraverso un individuo dalle strane fattezze che – come una bestia scappata dalla propria gabbia – viene allontanato e giudicato, ma anche attraverso lo stesso Frankenstein – interpretato dall’attore Oscar Isaac – che, divorato dall’ego e dalla sua ossessione, dimentica le sue motivazioni.

Queste due figure ci rimandano a qualcosa di molto familiare.

Ma è proprio qui che si crea una spaccatura nel pubblico, tra chi apprezza e chi invece rivendica il romanzo originale, in cui un mostro era semplicemente tale, con un’identità ed un aspetto che all’osservatore arrivano chiari e precisi.

D’altro canto, è il bisogno di empatizzare il motivo per cui alcuni considerano il cinema un porto sicuro: osservare i propri schemi errati e le proprie fragilità attraverso gli occhi di qualcun altro è un aspetto confortante della settima arte, che oltre a metterci di fronte alle nostre paure ed insicurezze non ci pone nella condizione di affrontarle e, forse, è proprio questo il male di vivere.

Quindi «Frankenstein» non è semplicemente un remake, ma la scelta di ritrarre una crisi individuale e sociale. Dolore, solitudine, senso di inadeguatezza sono alcuni aspetti imprescindibili della natura umana ed in questo capolavoro vengono rappresentati magistralmente.

Un finale che lascia spazio alla speranza, anche quando si è già tentato tutto per sfuggire ad un destino in cui l’uomo non è artefice, ma figura passiva.

Nonostante questo, restiamo a fissare i titoli di coda, sperando che per lui ci sia opportunità di salvezza, proprio come lo auguriamo a noi stessi.

Silvia Bruni

Nella foto: Oscar Isaac

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