È possibile che un paziente oncologico al quarto stadio debba stare dalle 22 alle 17 sdraiato su una barella al pronto soccorso del Santa Chiara per poi sentirsi dire che non ci sono posti letto disponibili e quindi è meglio che si rivolga ad una struttura privata? Purtroppo è possibile ed il parente che ci racconta questa disavventura è demoralizzato, ma non si arrende.
«La realtà è che con mio fratello ci stiamo salutando ed oltre a questo dolore devo subire anche le lacune di un sistema sanitario che non funziona nemmeno nel privato».
Parliamo di un caso di cure palliative casalinghe e del desiderio della persona che lo assiste di avere quello che viene definito un periodo di sollievo durante il quale effettuare anche dei controlli invasivi da fare sotto anestesia.
«Ritengo che in un sistema sanitario che funzioni un malato oncologico al quarto stadio dovrebbe avere una corsia preferenziale, non restare diciannove ore su una barella. In attesa di cosa? Di sentirsi dire di rivolgersi ad una struttura privata. Si pensa che accanto ad un paziente in quelle condizioni ci sono anche i parenti che lo devono assistere? Altro che sollievo: è stata una tortura».
Vi siete rivolti ad una struttura privata?
«Lo abbiamo fatto. Chiedono 230 euro al giorno per avere una stanza doppia ad uso singolo. A quel punto ti aspetti un servizio da cinque stelle, perlomeno pensi di poter stare tranquillo, ma non è così.
Fortunatamente nel caso di mio fratello c’è un paziente reattivo, che suona il campanello che ricorda quello di cui ha bisogno ed è così che una mattina presto vado in camera con lui.
Il tempo è passato senza nessun intervento di igiene personale, di somministrazioni di medicine. Non voglio pensare cosa possa succedere con quegli ammalati che non sono in grado di comunicare».
A quel punto cos’ha fatto?
«Mio fratello ha firmato le dimissioni, ma ci sono state altre due complicazioni. La prima è stata che, quando abbiamo chiesto un’ambulanza per andare al Santa Chiara per fare quegli esami invasivi dei quali abbiamo parlato, ci hanno detto che avremmo dovuto pagare 450 euro. La seconda è che la scatola nella quale teniamo le medicine che ci vengono fornite dalle cure palliative che avremmo dovuto ritirare non si trovava più».
Cos’ha fatto?
«Beh, il trasferimento lo abbiamo fatto con un mezzo proprio insieme a mio marito. La scatola delle medicine è comparsa il giorno dopo perché mi sono fatta sentire, minacciando una denuncia. Una scatola non si può perdere e pensando alla tipologia di medicinali che conteneva si potrebbe anche pensare male».
Vi hanno fatto il rimborso per la differenza dei giorni di degenza?
«“Sì e senza problemi, ci sarebbe mancato altro.
In conclusione il mio pensiero va a quelle persone che non hanno la disponibilità finanziaria per far fronte ad una situazione come la mia e non sono sola.
Ma anche a quegli ammalati che non sono più autonomi: cosa subiscono nelle strutture sanitarie trentine? E pensare che un tempo la nostra sanità era un’eccellenza».
Daniele Peretti
Nella foto: l’ospedale trentino di Santa Chiara
Dal quotidiano La voce del Trentino di venerdì 7 agosto 2026
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