Concretezza e disponibilità di Giulio Andreotti

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«Nella vita politica mi sono sempre ispirato alla difesa dei più deboli, nutrendo una personale allergia per ogni forma demagogica». Parole di Giulio Andreotti, di cui ricorrono i dieci anni dalla scomparsa, che sintetizzano il senso della sua lunga esperienza di parlamentare e di statista. Sette volte premier e ventisette ministro. E non a caso «Concretezza» era la rivista da lui fondata, e per lunghi anni diretta. Come concreta è stata la sua opera a sostegno del progresso e della democrazia in Italia.

Iniziò il suo servizio al paese da giovane sottosegretario alla presidenza del consiglio con De Gasperi occupandosi efficacemente dei profughi giuliani. Con apposite disposizioni legislative ridette vita al cinema italiano. Tra l’altro, in seguito, con lui a capo del governo venne istituito il Sistema sanitario nazionale.

Convinto assertore della pace, vedeva nel dialogo, nella mediazione le chiavi della convivenza internazionale. Con me ha spesso sottolineato l’importanza della Unione interparlamentare (Inter-Parliamentary Union, Ipu), l’organizzazione internazionale composta da membri di circa 180 parlamenti nazionali. Questa sede infatti consente proficui contatti anche tra esponenti politici appartenenti a Stati che non hanno relazioni diplomatiche.

Fu punto di riferimento – come osserva «Avvenire» – per il dialogo in tante situazioni difficili: Palestina, Libano, Siria, paesi del Nord Africa, Cina, Vietnam. Del resto le sue straordinarie capacità si rivelarono anche quando nel 1990 isolò in seno al Consiglio europeo la Thatcher.

Già nel 1989, nel corso della visita di stato di Andreotti a Londra, erano emerse divergenze sul futuro dell’Europa. La Thatcher riteneva che ci si dovesse limitare al mercato unico. Il presidente del consiglio italiano premeva invece per l’integrazione europea a cominciare dalla unione monetaria.

L’anno dopo si tenne a Roma il Consiglio europeo essendo italiana la presidenza di turno. Margareth Thatcher, assolutamente ostile alla moneta unica, giunse a Roma con la convinzione che sarebbe stata la linea britannica a prevalere. Invece furono tutti d’accordo con la strategia di Andreotti ed i britannici, come noto, non aderirono all’euro. Il sapiente lavoro diplomatico di Andreotti costrinse la premier inglese a tornare in patria da sconfitta.

Ma sarebbe troppo lungo enumerare le sue realizzazioni perseguite senza retorica, senza rivendicare meriti personali, distante dalla vacuità o dalla malizia del cinguettio di coloro che, con pretesti futili, avrebbero voluto incrinarne l’immagine. Ne fanno giustizia le considerazioni in suo favore di Emanuele Macaluso, fonte certamente non sospetta. Oltre ai responsi della magistratura.

Personalmente ho avuto modo di «vederlo da vicino» soprattutto quando è stato senatore a vita. Frequentava con grande assiduità i lavori della commissione esteri e della assemblea del Senato, svolgendo interventi che non di rado riscuotevano consensi unanimi. Perché tanto lavoro? «Un modo per sentirsi in vita», mi diceva.

Giungeva al suo ufficio di Palazzo Giustiniani, si toglieva la giacca e indossava un leggero pullover blu. E trascorreva, instancabile, alla scrivania l’intera giornata. Era aperto a tutti. Un giorno mi intrattenne per quasi due ore raccontandomi come, agende alla mano, le accuse che gli muovevano a Palermo erano senza riscontro o basate su equivoci. Ma non si trattava di un riguardo personale. A suo tempo l’amico Corrado Tecchi, dirigente Dc di Fano, mi disse che, senza particolari difficoltà, riuscì a farsi ricevere da Giulio Andreotti, al tempo ministro degli esteri. E anche lì il colloquio fu assai lungo.

Del resto, anche quando ricopriva incarichi istituzionali di rilievo, era sua attitudine rispondere di persona ad ogni messaggio o biglietto augurale che gli pervenisse anche per le festività. Come capitò di constatare ad Arnaldo Forlani che, avendogli fatto visita appunto in periodo natalizio, lo trovò con la scrivania ingombra di biglietti e lettere, intento, penna alla mano, a fornire ad uno ad uno riscontro.

Ricordo bene la visita che egli effettuò nel 2002 a Pesaro. Accettò un invito rivoltogli congiuntamente dal Centro studi sociali «De Gasperi» e dal Rotary club «Pesaro Rossini». Andammo ad accoglierlo a Falconara, alla stazione ferroviaria. Viaggiava con la signora in treno. Niente auto blu. Poi ci fermammo per la colazione a Calcinelli, ospiti di un amico. Ma il primo gesto fu una telefonata di riguardo a Forlani.

C’è da restare stupiti per il garbo con cui tali personaggi allora mantenevano i loro rapporti personali nonostante le dure vicende politiche (il mancato appoggio a Forlani per la Presidenza della Repubblica) che li avevano coinvolti.

Dopo la conferenza pomeridiana (presente Forlani) all’auditorium di Palazzo Antaldi, Andreotti la sera parlò a lungo agli amici del Rotary in una sala enorme ma affollatissima dell’Hotel Flaminio sulla «Europa degli europei», approfondendo temi quali democrazia, progresso e pace, cardini della sua politica.

Gli venne regalata dal Club «Rossini», in finale di incontro a tarda sera, una scultura del compianto e bravo Gentiletti, in cui erano raffigurate «lettere misteriose dall’antico oriente». Ciò fu il pretesto per una ulteriore domanda da parte di uno degli ospiti. Pensavamo fosse stanco, anche perché aveva avuto una giornata impegnativa. Riprese la parola e, sostanzialmente, fece un’ulteriore, accurata esposizione, questa volta sui problemi del Medio Oriente. Che conosceva come nessun altro, avendo preservato buoni rapporti con gli arabi, evitato attentati in Italia e nel contempo avere sempre goduto – prodigio diplomatico –  la piena fiducia degli americani.

E si fecero le ore piccole. Ma per il mattino successivo, giorno feriale, chiese di assistere alla Messa. Arrivò in Duomo alle 7,30 e raggiunse la cappella di San Terenzio nella cattedrale dove ebbe luogo la funzione. Poi una sobria colazione al bar della attigua piazza Collenuccio e partenza per Roma.

Ai funerali Gianni Letta disse che, una volta dissolta la polvere della cronaca e delle polemiche, la luce della storia avrebbe reso giustizia su quanto ha fatto Andreotti per la nostra Repubblica.

Giorgio Girelli

Coordinatore del Centro studi sociali «Alcide De Gasperi»

Nella foto: Giulio Andreotti con i soci del club «Pesaro Rossini»