Aprire o non aprire

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Nel momento in cui si intravede una luce in fondo al tunnel si intensifica la disputa fra coloro che premono per «aprire tutto» in tempi rapidi e i prudenti che alla fine, però, non sono insensibili alle giustificate manifestazioni di disagio dei reclusi ormai da più di un anno e ai danni di una devastante crisi economica. A parole tutti vorrebbero chiudere e tutti vorrebbero al contempo aprire ed anche il governo sembra cedere, a tratti, alla pressione del disagio che monta. D’altra parte le misure igieniche, di distanziamento e di contenimento, ancorché di grande valore preventivo, hanno un limite oggettivo costituito dalla scarsa osservanza da parte di una quota, non del tutto trascurabile, di popolazione.

Si procede così tra incertezze, polemiche e passi falsi che producono ulteriore stanchezza e disorientamento nella popolazione, tutt’altro che aiutata da una informazione ossessiva e pronta a drammatizzare e a fomentare le liti pur di fare ascolto. Si chiede in particolare di fissare una data sicura, di definire un calendario di riaperture che segni un inizio e la prospettiva di una ripresa.

Non c’è dubbio che le aperture recentemente programmate dal governo per il 26 aprile prossimo, più che un rischio ragionato, appaiono un vero e proprio azzardo atteso che nulla è più imprevedibile del genio epidemico di questo terribile virus. Tuttavia la data nella quale si potrebbe forse azzardare una riapertura totale, addirittura quasi un vero e proprio «libera tutti», non può che essere quella del giorno in cui venisse completata, in costanza di campagna vaccinale delle altre classi di età, la vaccinazione della popolazione dai 60 e ai 100+ anni alla quale appartiene il 95,61 per cento (102.095 deceduti, 0,57  per cento della popolazione di queste classi di età) dei 106.778 deceduti per Covid-19, dall’inizio della pandemia al 30 marzo 2021 (dati Iss). Si tratta di 17.874.055 persone (Istat 2020), parte delle quali ha già ricevuto una o due somministrazioni di vaccino.

I deceduti per Covid-19 appartenenti alla classi 0-60 anni sono stati invece 4.683, soltanto il 4,03 per cento di tutti i deceduti per Covid-19 e lo 0,03  per cento delle loro classi di età. In particolare nelle classi di età 0-49 anni si sono avuti soltanto 806 deceduti, pari al 3,2 per cento dei deceduti per Covid-19 e allo 0,002 per cento di questa  popolazione.

Se, come è auspicabile, e come sembra possibile e forse probabile, venisse raggiunto nei prossimi giorni l’obiettivo di 500.000 somministrazioni di vaccino al giorno, cioè 15 milioni di somministrazioni in un mese, ciò significherebbe che, tenuto conto anche dei 15 milioni di somministrazioni già effettuate ad oggi, la totalità degli appartenenti alle classi di età 60-100+ anni potrebbe ricevere nel giro di un mese, finalmente tutti, almeno la prima somministrazione e nei successivi trenta giorni anche la seconda.

La messa al sicuro di questa fetta di popolazione, cioè l’abbattimento pressoché totale del rischio di forme gravi o letali della malattia, aprirebbe, in costanza di campagna vaccinale delle altre classi di età ai fini della tanto invocata «immunità di gregge», uno scenario del tutto nuovo nel quale diventerebbe discutibile qualsiasi lockdown d’autorità. Di fronte a un rischio di infezione, ma con un rischio di malattia grave o di esito letale per  sé e per gli altri estremamente basso, ciascuno potrebbe compiere con maggiore serenità le proprie scelte di vita ed amministrare liberamente i propri comportamenti.

Mettere in sicurezza gli over 80 è più importante dell’immunità di gregge

Girolamo Digilio

Già primario e docente di clinica pediatrica all’università La Sapienza

Nella foto: vaccinazioni a Roma Termini