Intervista con Giulia Governo

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Di recente, ho avuto il privilegio di fare una chiacchierata con Giulia Governo, direttrice della fotografia e operatrice di ripresa nata e cresciuta all’ombra della Mole Antonelliana di Torino, ma da circa un decennio trapiantata nella soleggiata Hollywood.

È sufficiente ascoltarla, mentre descrive con passione i diversi ruoli che affiancano il direttore della fotografia nella composizione delle immagini di un film e l’istinto viscerale in base a cui muove con perizia tecnica e fluidità la macchina da presa, per capire subito che ci si trova al cospetto di una vera artista.

Impossibile non ammirarne la continua voglia di migliorarsi e di apprendere nuove tecniche e, si potrebbe quasi dire, professioni. Infatti Giulia si sta ora specializzando come operatrice di steadycam, ovvero macchina da presa montata su un corpetto indossabile che permette di muoversi liberamente sul set a 360 gradi.

È solo questione di tempo prima che il suo lavoro sperimentale e al tempo stesso «classico» di composizione estetica delle inquadrature riceva l’attenzione e i riconoscimenti che merita.    

Parlaci del tuo background familiare. Come ti sei avvicinata alla cinematografia? C’è stato qualche evento, incontro o film determinante nella tua scelta professionale?

Mio padre è sempre stato il fotografo di famiglia. Fin da piccola, ogni estate in vacanza, gli «rubavo» la macchina fotografica.

Allo stesso tempo, sono sempre stata appassionata di film. Ogni venerdì sera sulla Rai trasmettevano film della Disney. Su tutti, spiccano: Un Maggiolino tutto matto (e seguiti) e La Gnomo-mobile.

Il classico disneyano Mary Poppins rimane a tutt’oggi tra i miei film preferiti.

Ricordo che, durante le elementari, le 21,30, corrispondenti all’incirca alla fine del primo tempo, erano il «coprifuoco» in cui dovevo andare a letto.

Dalla mia cameretta non demordevo e, le fortunate volte che i miei non cambiavano canale, continuavo a vedere il film riflesso su una riproduzione dell’Arlecchino di Picasso, affisso sulla parete.

Crescendo, la mia unica certezza è che avrei lavorato nel cinema ma assolutamente non avrei fatto l’attrice.

Mentre studiavo fotografia presso l’Istituto europeo di design (Ied) di Torino, ebbi una «folgorazione» durante il corso di «fotografia nel cinema» in cui analizzavamo film insieme con il professore. Sarei diventata una direttrice della fotografia.

In seguito, una infelice esperienza lavorativa sul set in Italia mi ha convinta ad iscrivermi ad un master in direzione della fotografia presso la New York Film Academy di Los Angeles.

Il cortometraggio Plenum (2014) segna il tuo debutto professionale. Che ricordi hai del tuo «battesimo del fuoco»?

È stata una collaborazione con uno studente che mi ha lasciato dei bei ricordi.

Nonostante si trattasse di un horror, genere che non amo, mi sono divertita molto perché questo tipo di film offre molta libertà di sperimentazione. Appartiene ad un genere che ti perdona molto.

Tanto per fare un esempio, è stato stimolante dovermi ingegnare nella ricerca del modo più realistico possibile di fotografare uno stomaco finto.

Nel 2017 hai lavorato ad Everglow di Amanda Sayeg. Parlaci di questo progetto a metà tra cortometraggio tradizionale e video musicale.

È stata un’esperienza interessante, in quanto avevamo bisogno di spostare la macchina da presa in avanti, ma il budget era limitato e invece del tradizionale dolly (nda: sorta di carrello con annessa gru), ci siamo arrangiati con uno skateboard.

Alle volte, lavorare con scarse risorse ti spinge ad essere creativo e a trovare soluzioni alternative.

In fase di montaggio, io e la regista ci siamo rese conto che, nonostante fossimo state attente a riposizionare la macchina da presa ogni volta nella stessa posizione, non ci siamo sempre riuscite. È stata per me una lezione importante. Gli errori commessi mi hanno insegnato a prestare maggiore attenzione ai dettagli.

Sul set, come anche nella vita, l’unico modo per imparare veramente e crescere professionalmente è sbagliare.

Risale al 2017 la tua prima collaborazione ad un lungometraggio. Cambia qualcosa nel tuo modo di lavorare rispetto ai cortometraggi?

Si trattava del film Broken Angels di Allyn Camp.

A dire il vero, a parte il numero di giorni sul set, non trovo particolari differenze tra corti e lungometraggi. L’approccio alla sceneggiatura non cambia. Insieme con il regista, si individuano le scene chiave e si discutono possibili modi di sottolinearle.

Nel corso degli anni hai lavorato spesso con registe donne e professionisti internazionali e/o multietnici. Definiresti la tua scelta dettata da affinità estetiche o da altri fattori?

Ci sono diversi fattori: in primo luogo, la storia. Mi interessano storie con temi importanti e messaggi edificanti, volte ad ispirare gli spettatori. La qualità della sceneggiatura ha un peso specifico importante nella scelta dei progetti.

In secondo luogo, l’affinità con il regista è essenziale. Bisogna essere in grado di tradurre in immagini la sua visione artistica.

In fondo, però, la spiegazione è molto semplice. La mia non è una scelta deliberata e consapevole, ma di certo l’aver frequentato una scuola con predominanza di studenti internazionali ha fatto sì che stringessi legami professionali prevalentemente con registi espatriati.

C’è stato un paio di episodi spiacevoli con registi uomini che mettevano continuamente in dubbio le mie competenze professionali. Episodi che probabilmente non si sarebbero verificati con un direttore della fotografia maschio.      

C’è qualche direttore della fotografia che ti ispira più di altri e prendi a modello?

A dire il vero, mi riesce difficile individuare dei nomi specifici. Guardo più all’opera d’insieme e credo che, quanti più film si riesca a vedere, più si impari.

Se non si percepisce la mano del direttore della fotografia, ma il film ti trasmette delle determinate emozioni, il film è riuscito.

Fatta eccezione per quei casi in cui la macchina da presa diviene un personaggio a sé stante.  

In conclusione, a cosa stai lavorando al momento? C’è qualche progetto in particolare che ti appassiona più di altri?

Ho lavorato di recente alla miniserie fantasy Queendom Come, per la quale stanno ultimando la colonna sonora e gli effetti speciali.    

La regista afroamericana Sarah Jefferson Carter, insieme con il marito produttore Justin Carter, utilizza un cast molto inclusivo, nel quale sono rappresentate tutte le etnie. 

L’ho conosciuta in una classe organizzata dalla Ucla Extension, che offre corsi di formazione professionale continua, ed abbiamo collaborato ad un corto.

Dopo qualche anno in cui ci siamo perse di vista, mi ha contattato per la miniserie e ho accettato entusiasta la proposta di lavoro.

Valerio Viale

Nella foto di Robert Enger: Giulia Governo con steadycam sul set di Boxed Out