Finzione e realtà

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Non siamo del tutto d’accordo con Carlo Nordio, autore della meditata introduzione, il quale nel saggio di Vargas Llosa (Sogno e realtà dell’America Latina, Liberilibri, Macerata, pagine 33, euro 10) trova che «il pregio straordinario di questo breve saggio risiede nell’aver dissolto alcuni luoghi comuni sull’America Latina».

Certo, Vargas Llosa contribuisce anche a questo, da par suo. Ma noi scorgiamo in questo acuto saggio, del quale diamo per scontato lo stile brillante del premio Nobel riconosciuto, la riproposizione dei valori occidentali in un’eloquente forma letteraria, con specifico riferimento alla realtà sudamericana. Il grande scrittore, «convertitosi al liberalismo dopo l’insoddisfacente esperienza marxiana» (come fa notare Nordio), evidenzia la profonda aporia del Sud America mettendo a confronto il fallimento della politica con la fioritura delle arti: fallimento e fioritura che in verità sono sotto gli occhi di tutti coloro che usano tenerli aperti. Fanno eccezione gli epigoni del rivoluzionarismo comunista, ciechi entusiasti delle dittature e dei dittatori, al potere o aspiranti, come Castro, Chávez, Marcos, in una condizione in cui «la politica, con poche eccezioni, rimaneva ancorata a un passato di caudillos e camarillas che esercitavano dispotismo, saccheggiavano risorse pubbliche e tenevano l’attività economica congelata nel feudalesimo e nel mercantilismo».

Vargas Llosa manifesta una visione illuministica nella variante genuinamente liberale del razionalismo critico e del realismo politico. Premesso che »confondere la realtà con l’immaginazione ha sempre avuto conseguenze tragiche per l’umanità», egli afferma: «In ambito politico, nel quale, a differenza di ciò che accade in quello artistico e letterario, è bene discernere con chiarezza ciò che divide la realtà dalla finzione, tale tendenza è risultata essere dannosa e, a volte, catastrofica». Il suo appello alla ragione è esplicito quanto appassionato: «Facciamo uno sforzo di razionalità, proviamo ad avvicinarci – con la consapevolezza che ciò è molto difficile, poiché tutti noi latinoamericani, che lo vogliamo o no, siamo infettati di mitologia e di utopismo – alla realtà che giace sotto la fosforescenza di immagini con le quali l’ideologia, la religione e la letteratura hanno rivestito l’America Latina».

Il cuore pulsante del saggio sta nel chiarire, in modo inequivocabile ed esaustivo, l’antinomia (spesso non considerata né investigata) intrinseca alla stessa cultura latinoamericana, cioè «la contraddizione che esiste tra la sua realtà sociale e politica e la sua produzione letteraria e artistica». La prima è «l’incarnazione stessa del sottosviluppo»; la seconda «detiene un alto coefficiente di originalità letteraria ed artistica».

Vargas Llosa ricorda di aver discusso tale paradosso con Günter Grass. Pur considerandone «eccellente» il romanzo Il tamburo di latta, giudica tuttavia lo scrittore tedesco «meno lucido riguardo alle sue ricette politiche per l’America Latina» dal momento che, mentre in Germania faceva campagna per la socialdemocrazia e criticava i comunisti, chiedeva poi sorprendentemente che i latinoamericani seguissero «l’esempio di Cuba». E pone a sé e a noi la domanda cruciale: «Perché quello che è un male per gli europei è un bene per i latinoamericani»? La ragione appare semplice a lui quanto sorprendente a noi. Günter Grass, non meno di Régis Debray, Sartre e altri come loro pure in Italia, vedono nell’America Latina, più che una realtà concreta, «una realtà fittizia nella quale riversare le proprie utopie fallite e con la quale rifarsi delle loro delusioni politiche».

Vargas Llosa insiste sul «divorzio» tra cultura e politica, sebbene non senza una certa qual incoerenza perché è inevitabile che la seconda permei la prima e viceversa. Tuttavia l’incoerenza appare piuttosto ridotta che sostanziale, come egli ben spiega in questo passo: «Mentre le nicchie della vita culturale – spazi di libertà svincolati, per loro fortuna, da un potere politico generalmente sprezzante della cultura – venivano in contatto con la modernità, progredivano e ne nascevano scrittori ed artisti di alto livello, il resto della società rimaneva poco meno che immobilizzato in un anacronismo autodistruttivo».

Le utopie terzomondiste e le tentazioni collettiviste hanno allontanato il Sudamerica dall’ideale di «società moderna composta di uomini liberi, vale a dire diversi tra loro, che possono manifestare le loro differenze di fronte agli altri, senza che questo sopprima la solidarietà dell’insieme».

L’America Latina ha necessità di trasferire nell’ambito politico e sociale la libertà conquistata nel campo artistico, letterario, musicale e cinematografico. «Meno deliri e più sensatezza e razionalità per creare un mondo senza dispotismo, di giustizia e di libertà, con uguali libertà per tutti, dove la felicità non si raggiunga soltanto chiudendo gli occhi di fronte alla realtà circostante e rifugiandosi nel sogno e nell’immaginazione, ma anche, talvolta, nella vita vera».

Vargas Llosa dovrebbe far meditare soprattutto gl’ideologi italiani della «placenta tribale», ostili alla società formata da individui indipendenti e responsabili anziché drogati di abalietà. Sebbene scritto nel 2008, chi può dire che questo saggio sia inattuale?

Pietro Di Muccio de Quattro

Dal quotidiano L’Opinione delle Libertà di mercoledì 29 gennaio 2020

Nella foto: Mario Vargas Llosa