Signora ministro

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Mentre in Germania fa discutere il caso del sindaco che, anziché limitarsi a cambiare partito come avviene da noi, passa addirittura all’altro sesso ed è costretto a lasciare l’incarico dai suoi indignati elettori, più graziosamente la Francia si interroga su come regolarsi quando ci si rivolge a un ministro donna. Questioni di tal genere furono affrontate dalla nostra commissione per la parità che, tra l’altro, stabilì che si dovesse usare la parola «avvocata» perché così si invoca la Madonna in una famosa preghiera. In Francia no: nel paese in cui all’epoca della rivoluzione si sancì per decreto l’inesistenza di Dio e, più di recente, è stata ufficialmente decisa l’abolizione dell’accento circonflesso, il sopra cennato problema doveva trovare una sede più solenne.

Ecco infatti che interviene l’istituto nazionale della lingua francese, che non a caso opera nella terra del signor di Lapalisse, a dichiarare: «Se una persona rifiuta che la si chiami in un modo che non esprime la sua vera identità, non è irragionevole che se ne tenga conto». E conclude fissando il principio che si deve scrivere «madame le ministre» e parlare dicendo «madame la ministre». Si chiede Philippe-Jean Catinchi su Le Monde di venerdì 4 dicembre se si possa ammettere che una donna ministro sia anche un vero ministro. Per estensione, qualcuno potrebbe notare che è aumentata nella compagine ministeriale italiana la presenza femminile e chiedersi di conseguenza se questo sia un vero governo. Il quesito ci pare interessante, ma per ragioni da ricercarsi altrove: per esempio, nella verifica del consenso popolare emerso alle ultime elezioni politiche.

Dal  Rugantino di martedì 15 dicembre 1998

Nella foto: Philippe-Jean Catinchi