Una riforma ibernata

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Sala del Bronzino

Le disposizioni costituzionali che, modificando gli articoli 56 e 57 della Costituzione, hanno ridotto a 400 il numero dei deputati e 200 quello dei senatori elettivi «si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore» (articolo 4). Il 29 marzo voteremo sul referendum confermativo delle disposizioni costituzionali, indetto su richiesta del prescritto quorum (un quinto) di senatori. Se la legge costituzionale sarà approvata dalla maggioranza dei votanti, il presidente della Repubblica promulgherà la legge «senza indugio». Dalla data di promulgazione decorreranno i sessanta giorni della vacatio legis, dopo i quali la riforma costituzionale entrerà in vigore. Dunque, per eleggere il nuovo Parlamento «magro», il presente Parlamento «grasso» deve prima approvare la legge elettorale indispensabile per le Camere così «dimagrite». Sembra improbabile che, dando per scontata l’approvazione referendaria, il Parlamento in carica approvi la nuova legge elettorale nei sessanta giorni decorrenti dal 29 marzo. Se non altro per il motivo sottaciuto quanto decisivo che lo avvicinerebbe alla fine della legislatura con la perdita di un terzo dei seggi.

Ma il motivo apparente, plausibile, per procrastinare a dopo la vacatio legis la discussione ed approvazione della legge elettorale sarà che «occorre rispettare il popolo e attenderne il responso». Ovviamente nulla, a parte il Dio del rinvio, impedisce ai partiti volenterosi di tenere pronta nel cassetto la nuova legge elettorale da sottoporre alle Camere alla scadenza del sessantesimo giorno. Approvato il referendum, promulgata la legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, emanata la riforma elettorale di adeguamento, tutto è pronto e nulla osta al doveroso scioglimento delle Camere. Sennonché, nel Paese delle Meraviglie scambiato per Italia, gli entusiasti del taglio dei parlamentari, proprio loro, riluttano ad aprire le urne. Almeno fino all’elezione del capo dello Stato, sussurrano.

Il «dimagrimento» del Parlamento recalcitrano a sperimentarlo quelli che hanno  magnificato la dieta. Resta il fatto che sta per accadere un fatto che non dovrebbe accadere, cioè che un Parlamento morto sopravviva davvero al Parlamento vivo. Per molto meno furono sciolte in passato le legislature. Referendum e nuove leggi elettorali e maggioranze precarie li determinarono. Furono cause legittimate dalla Costituzione e politicamente necessitate. Invece adesso sentiamo la maggioranza asserire in tutta tranquillità, come fosse usuale, che la cancellazione di un terzo dei parlamentari, approvata da quella stessa maggioranza, anzi dalla quasi totalità del Parlamento, può essere messa in naftalina e tirata fuori quando farà comodo. Pertanto pare di poter dire che, se scaduta la vacatio legis il Parlamento cincischiasse ad approvare la legge elettorale adeguata, il presidente della Repubblica dovrebbe inviare alle Camere un «messaggio libero» per richiamarle con fermezza al loro dovere costituzionale: dovere assunto da esse medesime mediante l’approvazione quasi unanime della riforma del Parlamento. Lasciare in vita le Camere morte, con il pretesto di realizzare il programma di governo ma innanzitutto con lo scopo sottinteso di eleggere il presidente della Repubblica, assesterebbe un bel colpo alla calante credibilità del sistema parlamentare. Per non dire dell’asservimento della politica nazionale agli interessi deteriori di alcune fazioni, in violazione della correttezza costituzionale. A tacere che il neo presidente della Repubblica sarebbe eletto da un Parlamento già consegnato ai manuali di storia. Il Governo dichiara formalmente di far programmi fino al 2023, scadenza naturale della legislatura. Con furbesca noncuranza dell’eccezionale modifica costituzionale in vigore, pretende di agire quasi per l’intero triennio successivo alla vacatio legis: un monstrum contro il quale l’establishment politico e la scienza costituzionale non insorgono, almeno al momento; anzi, danno l’impressione di acquiescenza. Del resto anche nella precedente legislatura neppure ebbero da ridire sull’altro monstrum, altrettanto mostruoso, della promulgazione della legge elettorale cosiddetta «Italicum» che contemplava solo l’elezione della Camera mentre il Senato era ancora in piedi…

Pietro Di Muccio de Quattro

Dal quotidiano Il dubbio dì giovedì 27 febbraio 2020

Nella foto: sala del Bronzino al Quirinale