Ritorno all’unità

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Il 2020, quest’anno, la Repubblica celebra il cinquantenario delle Regioni ordinarie, cioè delle Regioni ad autonomia normale insediate nel 1970, mentre le Regioni ad autonomia speciale furono istituite nel 1948 (Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta) e nel 1963 (Friuli-Venezia Giulia). Mezzo secolo di vita è il tempo giusto per un bilancio istituzionale, sebbene l’impostazione originaria dei Costituenti sia stata «stravolta» dalla riforma costituzionale del 2001, che, inseguendo l’acritica ma forte pressione politica esercitata da propugnatori di un federalismo malinteso in teoria e antistorico nei fatti, ha abbandonato l’idea dello «Stato regionale» voluto, delineato, sancito nella Costituzione del 1948. Non furono dimenticanza, trascuratezza, insipienza le cause che determinarono il rinvio per ventidue anni dell’attuazione del completo ordinamento regionale. Fu una precisa volontà politica, che venne meno nel 1970, non per superiori ragioni di Stato, bensì per gretto calcolo politico. La vera ragione storica della creazione delle Regioni fu enunciata con autorevolezza e realismo da Francesco Cossiga nelle sue memorie: «Il cammino verso l’alleanza tra Dc e Pci fu lento ma inarrestabile. Fu d’aiuto la convinzione che non si poteva tenere la sinistra parlamentare, un movimento così potente, fuori dalle sfere del potere. Per questa ragione, in effetti, Mariano Rumor aveva avuto, anni prima, l’idea di sbloccare l’istituzione delle Regioni, le quali furono dunque varate per motivi eminentemente di equilibrio politico, non perché le si ritenesse necessarie per una migliore organizzazione dello Stato. Insomma, bisognava dare un po’ di potere ai comunisti lì ove erano più forti: in Toscana, in Emilia Romagna, in Umbria». Perciò è appropriato considerare le Regioni alla stregua di un osso lanciato dai democristiani ai comunisti per placarne la fame di potere; certo non una meditata , lungimirante, indispensabile scelta istituzionale. Invano, in Parlamento, si opposero liberali, missini, monarchici, persino con un durissimo ostruzionismo. Democristiani, repubblicani, socialdemocratici, socialisti, comunisti prevalsero.

La stentorea maggioranza regionalista addusse, in sostanza, quattro motivi. Esiziali addirittura, a suo dire: attuare la Costituzione (22 anni dopo, ripeto!); decentrare lo Stato; risparmiare sulla spesa pubblica; ridurre la burocrazia, impiegati e apparati. Vastissimo programma, come gl’Italiani hanno dovuto amaramente constatare. Quella maggioranza addusse pure motivi di contorno, buoni ad indorare tutte le pillole riformiste: avvicinare lo Stato ai cittadini; aumentare la partecipazione popolare; responsabilizzare l’amministrazione; accrescere la democrazia dal basso (niente democrazia dall’alto, dunque). Su queste stesse basi è stato poi eretto il totem del devoluzionismo pseudo federalista che nel 2001 ha ribaltato l’assetto del 1948 e attribuito alle Regioni le funzioni non esplicitamente riservate allo Stato, mentre ai giorni nostri ha dato la stura a un «regionalismo differenziato», del quale, nonostante la pretesa necessità e urgenza, continuano tuttavia ad esser controversi se non addirittura oscuri i modi e i mezzi di realizzazione.

Alla luce dei fatti, dopo cinquant’anni di regionalismo «ordinario» e quasi vent’anni di regionalismo «rinforzato», nell’attesa del regionalismo «differenziato», di bel nuovo considerato salvifico, constatiamo che nessuna delle aspettative riposte sulle Regioni è stata soddisfatta, né poco né punto. Nel mentre le Regioni stanno per trasformarsi o ambiscono a diventare un quasi-Stato, moltiplicato per venti, non fanno che gonfiarsi: più politici, più impiegati, più burocrazia, più tasse, più spese, più debiti. La Repubblica, «una e indivisibile», rischia seriamente di dissolversi in staterelli di stampo preunitario. Certo le Regioni non hanno né favorito lo sviluppo economico né contribuito al risanamento finanziario, mentre hanno incrementato la corruzione politica ed accresciuto la sfiducia politica verso le istituzioni. La prova incontrovertibile del loro fallimento sta nella sanità regionale. Visto che la sanità assorbe circa l’80 per cento dei bilanci regionali, non è stravagante tenere in vita istituzioni costose e passive per gestire il servizio sanitario, quando basterebbe un’autorità sanitaria, nominata, che so, dal Governo e/o dal Parlamento? (Qualcosa di simile già accadeva in via d’eccezione con i commissari straordinari, di fronte ai debiti eccessivi). Alla stravaganza politica si aggiunge, non meno grave, la vergogna morale e costituzionale del trattamento differenziato dei malati, che contraddice non solo l’essenza della sanità pubblica, perché non assicura stesse cure uguali per tutti in ogni regione, ma anche la parità fiscale, perché l’imposta sul reddito, che ci fa cittadini, «rende» diversamente da regione a regione.

La realtà regionale, inoltre, dimostra anche che in Italia le riforme istituzionali non avvengono mai per soppressione, bensì soltanto per divisione ed aggiunta, essendo considerati gli apparati pubblici un bene in sé. Benché sia stato detto esattamente che «ciò che esiste in fatto tende a trasformarsi in ciò che deve aver valore», il «valore» delle Regioni nella realtà effettuale è così trascurabile, anzi si è capovolto in disvalore, che aumentano quelli (quorum ego) che ne auspicano la fine per il bene della Repubblica. E nell’augurarsela traggono il maggior conforto dal principe dei politologi italiani, Giovanni Sartori, che ha scritto l’epitaffio definitivo: «Il federalismo di Bossi per fortuna è morto; e potremmo senza danno (lo sussurro e basta) sopprimere anche le Regioni».

Pietro Di Muccio de Quattro

Dal quotidiano Il dubbio di giovedì 16 gennaio 2020

Nella foto: Giovanni Sartori